Ittiosi ereditaria e altre cause di ittiosi congenita

a cura del dermatologo Dott. Del Sorbo
riceve a SALERNO

Ittiosi significa pelle di pesce

Il termine ittiosi deriva dal greco ἰχθύς (= pesce) e -ωσις (= condizione) e indica un insieme di malattie della pelle caratterizzate da una cute coperta di squame ruvide che ricordano le scaglie di pesce. Possono essere presenti alla nascita o insorgere nei primi mesi di vita, e possono persistere anche da adulti. A seconda del tipo di ittiosi tali squame possono apparire ispessite, scure, lucenti, dure, secche, larghe, disposte a quadretti e con margini accartocciati, che conferiscono alla pelle un aspetto screpolato e una consistenza al tatto simile alla pergamena o alla pelle di serpente. Le squame hanno una forma poligonale e aderiscono alla superficie cutanea tranne che ai bordi. Tuttavia non vi è quasi mai esfoliazione o prurito. Nelle persone con ittiosi le squame sono più evidenti in prossimità delle articolazioni e nei distretti corporei in cui la pelle è più spessa, mentre è meno palese nei distretti corporei in cui la cute è sottile (per esempio prepuzio, palpebre, ascelle, inguine). Le squame, di forma poligonale, colore bruno e aspetto sporco, sono adese al centro e lievemente distaccate alla periferia. Il colore della pelle dipende dalla quantità di squame e dalla loro epoca di insorgenza. Inizialmente le squame sono dello stesso colore della pelle, e con il tempo possono diventare brunastre o persino nere. In genere il viso, il palmo delle mani, la pianta dei piedi e i genitali non sono quasi mai interessati. La pelle delle persone con ittiosi appare molto disidratata perché la ridotta efficienza della barriera cutanea fa evaporare una maggior quantità di acqua attraverso l’epidermide. Sono state inoltre descritte alterazioni a carico del microbiota cutaneo e del sistema delle acquaporine.

Foto 1: ittiosi con tipiche squame a pelle di serpente

Ittiosi Arlecchino

L’ittiosi Arlecchino o cheratoma maligno è la forma di ittiosi congenita più grave, ma è di rara osservazione in dermatologia pediatrica, interessando circa un neonato ogni mezzo milione. In genere il neonato nasce prematuro ed è ricoperto di placche ipercheratosiche biancastre così spesse da limitare i movimenti del bambino. Occhi, labbra e orecchie appaiono infiammati e deformi, e da qui il nome del personaggio Arlecchino. La pelle di questi bambini è particolarmente secca e ispessita, e sono state descritte mutazioni recessive sul braccio lungo del cromosoma 2 (posizione 2q34) a carico della proteina ABCA12 (cioè il membro 12 della sottofamiglia A dei trasportatori di membrana ATP binding cassette), deputata al trasporto dei grassi nell’epidermide dallo strato granuloso allo strato corneo. L’ittiosi Arlecchino si riconosce facilmente al momento della visita medica, per l’aspetto tipico del neonato, caratterizzato da orecchie malformate, palpebre rovesciate, labbra arrossate e da una pelle così spessa da limitare persino l’escursione toracica durante la respirazione. La trasmissione genetica è di tipo autosomico recessiva, nel senso che solitamente entrambi i genitori sono portatori sani, non avendo mai manifestato problemi di pelle. In tal caso il 25% dei figli può manifestare questa ittiosi. In passato, l’aspettativa di vita media di un feto Arlecchino era molto bassa. Oggi grazie al supporto della terapia intensiva neonatale l’aspettativa di vita dei bambini nati con ittiosi Arlecchino è più lunga rispetto al passato. L’analisi del DNA fetale può essere effettuata già al secondo trimestre della gravidanza, e può essere utile per ricercare ed escludere eventuali mutazioni genetiche. L’ittiosi Arlecchino è attualmente inserita con il codice EC20.02 nella classificazione internazionale ICD-11 delle malattie.

Foto 2: ittiosi

Ittiosi volgare

L’ittiosi volgare o ittiosi simplex è l’ittiosi più comune e meno grave, ed è trasmessa secondo una modalità autosomico dominante, nei senso che per la trasmissione genetica è sufficiente che un solo genitore abbia l’ittiosi. Infatti la frequenza con cui si manifesta è di circa 1 persona ogni 300. Nelle persone con ittiosi volgare lo strato granuloso dell’epidermide appare ridotto o è persino assente, a causa della mutazione a carico di un gene situato sul braccio lungo del cromosoma 1 (regione 1q21) che codifica per una proteina della pelle chiamata filaggrina. Questa proteina è importante perché in condizioni normali, serve a limitare la perdita di acqua transepidermica attraverso la barriera cutanea. L’ittiosi volgare si manifesta nei primi due anni di vita, in genere dopo il terzo mese, e può persistere anche negli adulti. Non si manifesta al viso, ma interessa solitamente la superficie estensoria degli arti inferiori e superiori, con pelle secca. Le pieghe ascellari e inguinali non sono interessate. Le palme delle mani e le piante dei piedi presentano iperlinearità e ipercheratosi. Può talora associarsi a fenomeni di dermatite atopica, cheratosi pilare o alopecia cicatriziale. Migliora d’estate con il mare e l’esposizione al sole, mentre in inverno tende a peggiorare. L’ittiosi volgare fu descritta nel 1806 dal dermatologo francese Jean Louis Marc Alibert è attualmente classificata con il codice EC20.00 all’interno del sistema di classificazione internazionale ICD-11.

Foto 3: ittiosi

Ittiosi recessiva X-linked

L’ittiosi recessiva è una forma di ittiosi ereditaria più rara rispetto all’ittiosi volgare, con un’incidenza di circa 1 persona ogni 2000. È trasmessa secondo una modalità recessiva legata al sesso, in quanto è associata a una mutazione genetica sul braccio corto del cromosoma X (regione Xp22.3), che codifica per un enzima noto come sterolo solfatasi (detto anche arilsulfatasi, steroido sulfatasi e steryl sulfatase), in grado di idrolizzare il colesterolo solfato negli strati dell’epidermide. Infatti i livelli di colesterolo solfato risultano essere più elevati nelle squame e talora persino nel siero. All’interno dell’epidermide, l’eccesso di colesterolo solfato inibisce le proteasi che degradono i corneodesmosomi, con conseguente rallentamento della desquamazione e ipercheratosi ritentiva. L’ittiosi recessiva è più frequente nei maschi, e le squame sono più larghe che nell’ittiosi volgare. In genere non si manifesta alle pieghe cutanee, non si associa a quadri di atopia, ma è importante ricercare ed escludere rare associazioni con altre problematiche tra cui criptorchidismo e ipogonadismo. Nella regione Xp22.3 sono infatti codificati altri importanti enzimi (per esempio arilsulfatasi E) la cui alterazione potrebbe talora associarsi ad altri fenomeni come anosmia, difetti ossei e malattie da geni contigui. L’ittiosi X-linked è attualmente classificata con il codice EC20.01 all’interno del sistema di classificazione internazionale ICD-11.

Foto 4: ittiosi

Ittiosi lamellare

L’ittiosi lamellare Con l’espressione ittiosi lamellare si indica un gruppo di genodermatosi diverse, a seconda della mutazione genetica. L’ittiosi lamellare è solitamente presente alla nascita, e l’incidenza si aggira intorno a 1 persona ogni 300000. Alcune varianti cliniche di ittiosi lamellare hanno un’ereditarietà autosomica recessiva, a altre, meno frequenti, una trasmissione autosomica dominante. L’ittiosi lamellare di tipo 1 è quella più comune e si verifica a causa di una mutazione del gene TGM-1 situato sul braccio lungo del cromosoma 14 (regione 14q11.2) che codifica per un enzima noto come transglutaminasi cheratonocitica. Le squame sono larghe e scure, e interessano anche le pieghe cutanee, creando talora fenomeni irritativi noti in dermatologia con il nome di intertrigine. La pelle è arrossata, tesa e screpolata. L’ittiosi lamellare di tipo 2 è meno frequente e si associa a una mutazione sul braccio lungo del cromosoma 2 (regione 2q34) a carico della proteina ABCA12, deputata al trasporto dei grassi dallo strato granuloso dell’epidermide allo strato corneo, la stessa coinvolta in maniera più importante nel feto Arlecchino. L’ittiosi lamellare di tipo 3 è invece associata a una mutazione sul braccio corto del cromosoma 19 (regione 19p13.12) a carico del gene CYP4F22 che codifica per un’omega idrossilasi del citocromo p450 della pelle. A seconda del quadro clinico si parla invece di ittiosi lamellare eritrodermica (ELI) e di ittiosi lamellare non eritrodermica (NELI). Sono state descritte anche mutazioni a livello del gene NIPAL4 situato sul cromosoma 5q33.3 e che codifica per l’ictina, una proteina strutturale che concorre al corretto funzionamento della barriera cutanea.

Foto 5: ittiosi

Eritrodermia congenita ittiosiforme bollosa

L’eritrodermia ittiosiforme bollosa congenita è un’ittiosi cheratinopatica che si manifesta in circa una persona ogni 300000 ed è trasmessa con modalità autosomica dominante. Si associa a mutazioni a carico della cheratina K1 (braccio lungo del cromosoma 12, regione 13, banda 13) e della cheratina K10 (braccio lungo del cromosoma 17, regione 21, banda 2) presenti nei cheratinociti. Si manifesta alla nascita con un rossore diffuso e bolle sierose a tipo ustione, la cui rottura dà luogo a erosioni e può predisporre a infezioni cutanee (per esempio erisipela, impetigine, herpes, tigna, molluschi, verruche e candidosi). Le pieghe sono interessate e al tatto la cute sembra la pelle di serpente.

Foto 6: ittiosi

Ittiosi bollosa di siemens

L’ittiosi bollosa è una rara ittiosi congenita descritta nel 1937 dal dermatologo tedesco Hermann Werner Siemens. È associata a una mutazione sul braccio lungo del cromosoma 12 nella regione che codifica per la cheratina K2e (posizione 12q13.13). Questa cheratina è indicata anche come K2a, e si trova nello strato granuloso, per cui le bolle sono superficiali. L’incidenza è di circa una persona ogni 500000. Sono state descritte mutazioni anche a carico del braccio corto del cromosoma 3 (3p21) nelle regioni che codificano per la transglutaminasi 4 (TGM-4). L’ittiosi bollosa di Siemens è un’ittiosi epidermolitica superficiale e rientra tra le ittiosi cheratinopatiche cioè ittiosi legate al malfunzionamento di una o più cheratine, insieme all’ittiosi epidermolitica anulare (anomalia della cheratina K10), all’ittiosi istrice di Curth Macklin (anomalia della cheratina K1) e al nevo epidermolitico (anomalia della cheratina K1 e K10).

Foto 7: ittiosi

Eritrodermia congenita ittiosiforme non bollosa

L’eritrodermia ittiosiforme congenita non bollosa si manifesta con eritrodermia alla nascita e formazione di piccole squame. Si manifesta all’incirca in una persona ogni 300000. In questa forma di ittiosi possono essere presenti anche prurito, bruciore, dolore e formicolio, a tipo punture di spilli. Sono state descritte diverse mutazioni genetiche a carico tra cui quelle a carico dei geni CASP14, ALOXE3, PNPLA1, LIPN, CERS3 e ST14.

Foto 8: ittiosi

Collodion baby

Il fenomeno del collodion baby (dal greco κολλώδης = vischioso) si verifica nei bambini che nascono avvolti in un involucro di pelle ispessita e lucida, che ricorda la vernice al collodio. Tale fenomeno si manifesta all’incirca in una persona ogni 100000. A livello genetico possono essere coinvolti diversi loci, come ad esempio quello che codifica per la transglutaminasi 1 del cheratinocita (gene TGM-1 sul cromosoma 14q12), per l’arachidonate 12 lipossigenasi (gene ALOX12B sul cromosoma 17p13.1), per la lipossigenasi 3 epidermica (gene ALOXE3 sul cromosoma 17p13.1), per la ceramide sintetasi 3 (gene CERS3 sul cromosoma 15q26.3), per la lipasi acida (gene LIPN sul cromosoma 10q23.2-q23.3), per la fosfolipasi patatin like 1 (gene PNPLA1 sul cromosoma 6p21.31) e per la fosfolipasi patatin like 2 (gene PNPLA2 sul cromosoma 11p15.5). Per tale motivo il collodion baby è un fenomeno di non rara osservazione in dermatologia pediatrica, ed è associato a diverse varianti cliniche di ittiosi. Il collodion baby è una condizione solitamente complessa e grave e richiede un lavoro di squadra tra dermatologo, pediatra e altri medici specialisti, secondo un approccio mutidisciplinare e integrato.

Foto 9: ittiosi

Ittiosi istrice

Le persone con ittiosi istrice presentano la pelle ricoperta di spine, come nel caso dell’uomo porcospino osservato in Inghilterra nel XVIII secolo nella famiglia di Edward Lambert. Sono stati descritti diversi sottotipi di ittiosi istrice. L’ittiosi istrice tipo Lambert si manifesta con la pelle ricoperta di aculei e viene detta anche pelle di porcospino. Altre varianti cliniche di ittiosi istrice (la variante di Brocq, la variante di Rheydt, la variante di Bäfverstedt e la variante Curth Mackiln) si presentano con una pelle ruvida al tatto (pelle a carta vetrata), ma meno rasposa rispetto alla variante Lambert.

Foto 10: ittiosi

Ittiosi lineare circonflessa di Comèl

L’ittiosi lineare circonflessa è anche nota come malattia di Netherton. È un’eritrodermia ittiosiforme congenita che interessa circa una persona ogni milione. Si presenta alla nascita sotto forma di eritrodermia talora associata a reazione orticarioide, dermatite atopica, aumento delle IgE totali (PRIST), pili torti e tricoressi invaginata (sindrome dei capelli a bambù). Sono state descritte mutazioni genetiche sul braccio lungo del cromosoma 5 (5q31-q32) in una regione del gene SPINK5 che codifica per la proteina LEKTI, un inibitore delle serin proteasi. La desquamazione cutanea è pertanto dovuta all’aumento dell’attività idrolitica nello strato corneo.

Foto 11: ittiosi

Alopecia e ittiosi

Alcune forme di ittiosi congenita (per esempio ittiosi follicolare, ittiosi lamellare eritrodermica, sindrome di Burns) possono talora associarsi ad alopecia ittiosica, sia di tipo cicatriziale che non cicatriziale.

Foto 12: ittiosi

Ittiosi acquisite

L’ittiosi acquisita non è presente alla nascita, e può svilupparsi anche in una persona adulta che in precedenza non aveva mai avuto ittiosi. Episodi di ittiosi acquisita sono state osservati in persone con malnutrizione, ipervitaminosi A, ipotiroidismo, sarcoma di Kaposi, micosi fungoide ittiosiforme, lupus eritematoso, insufficienza renale cronica, AIDS o abuso di farmaci. In quest’ultimo caso si parla di ittiosi iatrogena.

Foto 13: ittiosi

Sindrome ittiosiforme

L’espressione sindrome ittiosiforme include un vasto gruppo di dermatiti, tra cui la sindrome ittiosiforme dei prematuri (associata ad alterazione della proteina FATP4 di trasporto degli acidi grassi), l’ittiosi variegata a confetti (eritrodermia ittiosiforme reticolare congenita), la sindrome di Conradi Hünermann Happle (descritta nel 1914 dal pediatra tedesco Erich Conradi, nel 1931 dal pediatra tedesco Carl Hünermann e nel 1979 dal dermatologo tedesco Rudolf Happle), la sindrome ARIH (caratterizzata da ittiosi e ipotricosi e causata dalla mutazione sul cromosoma 11q24.3 a carico del gene ST14 che codifica per l’enzima matriptasi), la sindrome KID (caratterizzata da cheratite, ittiosi e sordità e legata a una mutazione della connessina 26), la sarcoidosi ittiosiforme di Braverman (descritta nel 1981 dal dermatologo americano Irwin Merton Braverman), la sidrome IFAP (ittiosi follicolare, atrichia e fotofobia), la sindrome di Refsum, la sindrome di Sjögren Larsson, la peeling skin syndrome di tipo A (cheratolisi esfoliativa congenita dovuta a un difetto a carico della transglutaminasi 5) e la peeling skin syndrome di tipo B (eritrodermia ittiosiforme dovuta a un difetto delle corneodesmosine).

Foto 14: ittiosi

Diagnosi

La diagnosi di ittiosi è essenzialmente clinica. L’esame istologico può confermare o escludere una determinata variante clinica di ittiosi a seconda del quadro microscopico (per esempio ipercheratosi, vacuoli lipidici, ipogranulosi, calcificazione dello strato corneo). Al cuoio capelluto dei pazienti con ittiosi possono talora manifestarsi rari episodi di pitiriasi amiantacea. La tricoscopia è utile per ricercare ed escludere una sindrome di Netherton. Test di immunoistochimica (per esempio ricerca anticorpi anti transgutaminasi 1) possono essere utili in alcune forme di ittiosi congenita. Attraverso la consulenza genetica è talora possibile ricercare determinate attività enzimatiche ai fini della diagnosi prenatale o postnatale (per esempio dosaggio della sterolo solfatasi o della transglutaminasi 1). L’analisi citogenetica è nota anche come cariotipo o mappa cromosomica, e include diverse tecniche di diagnosi prenatale, tra cui l’ibridazione in situ fluorescente (FISH = fluorescence in situ hybridization) e il cariotipo molecolare o ibridazione genomica comparativa su microarray (CGH = comparative genomic hybridization). Tra le tecniche diagnostiche impiegate in gravidanza rientrano anche la fetoscopia e la PCR effettuata su prelievo dei villi coriali. Al momento della visita dermatologica sarà possibile identificare il tipo di ittiosi e distinguerla da eventuali altre patologie apparentemente simili, ma dal decorso clinico completamente differente, che potrebbero talora entrare in diagnosi differenziale, tra cui la psoriasi, la pitiriasi rubra pilaris, la malattia di Darier, la sindrome di Lyell, la sclerodermia, la dermatite erpetiforme, la pitiriasi lichenoide e l’eczema asteatosico.

Foto 15: ittiosi

Cenni storici

Il termine ittiosi fu introdotto in medicina nel 1798 dal dermatologo inglese Robert Willan nel suo trattato “On cutaneous diseases”, in cui suddivise l’ittiosi semplice dall’ittiosi cornea. Ai fini terapeutici all’epoca si utilizzava il catrame per via orale (mezza oncia al giorno di pece in pillole), pratica caduta poi in disuso sia per la scarsa efficacia che per gli effetti indesiderati. Anche se con altri nomi, in realtà le ittiosi erano già note da secoli. Quadri clinici riconducibili alle ittiosi sono stati descritti nei testi classici della medicina cinese di 5000 anni fa, nel libro esoterico dell’Imperatore Giallo del 2600 a.C. e nei Veda della Scuola medica indiana risalenti al 1400 a.C. Nell’XI secolo d.C. il medico persiano Abu Ali al-Husain Ibn Sina, noto in Occidente come Avicenna, descrisse l’ittiosi con con l’espressione “albarras nigra” a causa del colore brunastro delle squame. Nel 1725 il dermatologo inglese Daniel Turner descrisse nel suo De Morbis cutanei un quadro di ittiosi con il nome improprio di lebbra dei greci, e utilizzò rimedi a base di antimonio e mercurio, in seguito abbandonati perché considerati tossici. Il 16 marzo 1731 il matematico e astronomo inglese John Machin segnalò alla Royal Society di Londra una rara forma di ittiosi istrice in un ragazzo di 14 anni con un articolo: “An uncommon case of a distempered skin”. Questo ragazzo, nato da genitori sani, si chiamava Edward Lambert e all’età di 40 anni, il 23 gennaio 1755, fu rivisto dal naturalista inglese Henry Baker, il quale pubblicò un nuovo articolo “A Supplement to the account of a distempered skin” in cui descrisse l’uomo con l’espressione porcupine men = uomo porcospino. A detta del padre, fin dall’età di 2 mesi la pelle di Edward si ricoprì di aculei che cadevano nei mesi invernali per poi riformarsi puntualmente ogni primavera. Tale pelle di porcospino si manifestò anche nei suoi 6 figli maschi. Nel 1763 il medico francese François Boissier de Sauvages de Lacroix descrisse nella sua Nosologia metodica sulla distribuzione delle malattie un quadro clinico riconducibile all’ittiosi con il nome di pseudolebbra. Nel 1802 il medico tedesco Wilhelm Gottlieb Tilesius von Tilenau (noto come Tilesio) e nel 1809 il medico piemontese Michele Buniva studiarono la pelle dei fratelli Giovanni e Riccardo Lambert, riscontrandovi un’ostruzione a carico dei follicoli pilosebacei. L’ittiosi era passata ai figli e ai nipoti di Edward, risparmiando in tre generazioni tutte le femmine. Il 5 aprile 1750 il reverendo americano Oliver Hart annotò nel suo diario le caratteristiche riscontrate la sera prima sulla pelle di un neonato, il figlio della signora Mary Evans, con un quadro oggi noto come ittiosi Arlecchino o feto Arlecchino. Nel suo diario il reverendo scrisse: «La pelle era secca e dura e sembrava essere crepata in molti punti, in qualche modo somigliante alle squame di un pesce. La bocca era grande, rotonda e spalancata. Si vedevano solo due fori al posto naso. Gli occhi sembravano essere grumi di sangue coagulato. Al posto delle orecchie c’erano due buchi. Le mani e i piedi sembravano gonfi e accartocciati. Sarà vissuto tra le otto e le quaranta ore, ed era vivo quando l’ho visto». Nel 1777 il dermatologo francese Anne Charles Lorry descrisse l’ittiosi dell’uomo porcospino con l’espressione Cornua certé. Nel 1806 il dermatologo francese Jean Louis Marc Alibert paragonò la pelle dei pazienti con ittiosi alla pelle del serpente (ittiosi perlata serpentina) e alla pelle dei pesci (ittiosi perlata ciprina). Egli descrisse pertanto due forme distinte di ittiosi perlacea (ittiosi nacrée), che chiamò rispettivamente con il nome di ittiosi perlata serpentina (con squame scure e morbide che ricordano la pelle del serpente) e ittiosi perlata ciprina (con squame chiare e dure che ricordano la pelle della carpa, e l’aggettivo ciprino deriva dal nome latino di questo pesce Cyprinus carpio). Propose per la terapia delle ittiosi bagni tiepidi e preparazioni topiche a base di zolfo, ma attribuì anche, impropriamente, la causa dell’ittiosi acquisita alla cattiva abitudine di consumare pesci putrefatti o provenienti da acqua stagnante. Nel 1813 il dermatologo inglese Thomas Bateman chiamò l’ittiosi malattia a pelle di pesce. In quegli anni il dermatologo francese Pierre François Olive Rayer fu il primo a descriverne a livello istologico l’ipertrofia delle papille dermiche e da questo punto di vista vi trovò più analogie con le zampe della gallina anziché con le squame del serpente o le scaglie dei pesci. Infatti considerò il termine ittiosi un errore anatomico dal momento che le squame non erano imbricate una sull’altra come le scaglie del pesce. A seconda dell’epoca di insorgenza l’ittiosi venne classificata in congenita o accidentale. Nel suo trattato sulle malattie della pelle Rayer descrisse un’ittiosi ereditaria nei fratelli Brayer, nati in una famiglia del Cantal in Francia, e vi ipotizzò tra le possibili cause un trauma emozionale vissuto della madre durante la gravidanza e che descrisse come “affezione” morale. Inoltre notò un ritmo circamensile della formazione e della caduta squame, con un andamento simile al fenomeno della muta periodica che si verifica in alcuni mammiferi, con inizio della formazione delle squame all’equinozio di primavera e inizio della caduta all’equinozio autunnale. Nel 1823 il chirurgo francese François Fournier di Pescay dedicò un importante capitolo sull’ittiosi includendolo nel suo Saggio sui casi rari in medicina. Nel 1834 il medico francese Antoine Laurent Jessé Bayle classificò le ittiosi in tre gruppi secondo lo schema già proposto da Alibert: [1] ittiosi perlata (suddivisa in serpentina e serpiginosa), [2] ittiosi cornea (suddivisa in spinosa, unghiata e arietina), [3] ittiosi pellagra (suddivisa in volgare e orbicolare). Nel 1839 nel suo Trattato pratico delle malattie speciali della pelle il dermatologo francese Camille Melchior Gibert definì la pellagra lombarda, endemica a quell’epoca tra i contadini della Lombardia, una forma di ittiosi associata a problemi dell’apparato digerente. Si narra che la regina Isabella II di Borbone soffrisse di ittiosi e che tale condizione la costringesse a fare periodicamente bagni terapeutici nelle località di mare. Nel 1854 il dermatologo tedesco Ludwig Friedrich Karl Christian Büchner descrisse in maniera molto dettagliata l’istologia dell’ittiosi. Nel manuale di dermatologia pubblicato nel 1873 dal dermatologo austriaco Isidor Neumann sono riportate tra le terapie per l’ittiosi i bagni tiepidi, i bagni solfurei, i bagni salati, le frizioni casalinghe con aceto, sugna, olio di oliva e olio di fegato di merluzzo. Nel testo è riportato che le ittiosi possono migliorare durante alcune malattie esantematiche come il morbillo e la scarlattina. Nel 1883 il dermatologo italiano Domenico Majocchi descrisse l’ittiosi lineare istricea in seguito denominata dal dermatologo toscano Vittorio Mibelli come porocheratosi. Nel 1884 il dermatologo francese François Henri Hallopeau descrisse il collodion baby, partendo dai primi studi effettuati già nel 1841 dal biochimico americano Arnold Seligman. Nel dicembre 1885 il dermatologo marchigiano Pierleone Tommasoli pubblicò le sue considerazioni sulla natura dell’ittiosi e menzionò l’utilità dei rimedi topici a base di resorcina, acido salicilico e potassa. Nel giugno 1889 il dermatologo americano James White pubblicò un interessante monografia sull’ittiosi follicolare definendola malattia del porcospino. Nello stesso anno il dermatologo ungherese Moritz Kaposi raffigurò in una tavola l’uomo porcoscpino. Nel 1895 i dermatologi ungheresi Jules Grass e Louis Török chiamarono feto Arlecchino il quadro clinico di esfoliazione lamellare del neonato, definito in precedenza ittiosi sebacea del neonato dal dermatologo austriaco Ferdinand von Hebra. Nel 1898 il dermatologo tedesco Paul Gerson Unna propose un’origine infettiva delle ittiosi. Nel 1900 il dermatologo tedesco Rudolf Erhard Riecke classificò l’ittiosi congenita in 3 diversi sottotipi: ittiosi congenita di tipo I (o feto Arlecchino), ittiosi congenita di tipo II (o ittiosi lamellare) e ittiosi congenita di tipo III (o ittiosi X-linked). Nel 1902 il dermatologo francese Louis Anne Jean Brocq suddivise l’eritrodermia congenita ittiosiforme in bollosa e non bollosa. Nel 1909 il dermatologo inglese John MacLeod descrisse la sindrome IFAP caratterizzata da ittiosi follicolare, atrichia e fotofobia, oggi nota come sindrome di McLeod. Nel 1922 il dermatologo austriaco Johann Heinrich Rille descrisse l’ittiosi lineare circonflessa oggi nota come sindrome di Rille Comél Netherton, in quanto ripresa nel 1949 dal dermatologo triestino Marcello Comèl e nel 1958 dal dermatologo statunistense Earl Weldon Netherton, e pertanto nota anche come sindrome di Netherton. Nel 1927 il medico danese Einar Rud descrisse una sindrome caratterizzata da ittiosi e ipogonadismo, oggi nota come sindrome di Rud. Nel 1954 i dermatologi americani Heilein Ollendorff Curth e Madge Macklin descrissero una rara variante di ittiosi istrice. Nel 1957 i medici svedesi Karl Gustaf Torsten Sjögren e Tage Konrad Leopold Larsson descrissero una sindrome caratterizzata da ittiosi congenita, ipoidrosi, edema ai piedi e ritardo mentale, oggi nota come sindrome di Sjögren Larsson. Il 16 luglio 1965 il medico londinese Robert Stuart Wells e il medico australiano Charles Baldwin Kerr descrissero l’ittiosi X-linked. Nel 1966 i dermatologi americani Phillip Frost, Gerald David Weinstein ed Eugene Joseph Van Scott introdussero il termine ittiosi lamellare. Nel 1971 il dermatologo cinese Chong Hai Tay una sindrome ittiosiforme caratterizzata da ittiosi e tricotiodistrofia. Il 29 marzo 1974 i ricercatori israeliani Maurice Dorfman, Chaim Hershko, Shlomo Eisenberg e Felix Sagher descrissero un’eritrodermia ittiosiforme associata a una lipidosi sistemica (malattia da deposito di lipidi neutri), oggi nota come malattia di Dorfman Chanarin. Nel 1977 fu descritta la sindrome HID (caratterizzata da ittiosi istrice autosomica dominante e sordità congenita), nota anche come ittiosi istrice grave variante Rheydt, dal nome della città tedesca di provenienza del primo paziente. In seguito è stata descritta per questa rara variante di ittiosi un’alterazione del gene GJB2 sul braccio lungo del cromosoma 13 (13q12.11) che codifica per la connessina 26, una proteina nota anche come gap junction beta 2. Dal 2009 le ittiosi sono state suddivise in “non sindromiche” se localizzate solo alla pelle, e “sindromiche” se associate a problemi extracutanei.

Foto 16: ittiosi

Terapia

La terapia delle ittiosi può variare da persona a persona a seconda del quadro clinico. Nelle persone con ittiosi volgare le creme cheratolitiche a base di urea, acido retinoico, acido lattico e acido glicolico. Nella maggior parte delle ittiosi possono essere utili gli emollienti naturali come ad esempio l’olio di mandorle, l’olio di sesamo, la glicerina e l’olio di cocco, così come sono utili i bagni tiepidi, i bagni termali, i bagni a mare e l’esposizione graduale al sole. Andrebbero evitati i lavaggi troppo frequenti, e l’uso di disinfettanti aggressivi che potrebbero indebolire ulteriormente la già compromessa barriera cutanea. Le creme a base di ceramidi, polifenoli, vitamina E e antagonisti dei recettori vanilloidi, possono migliorare l’efficienza di tale barriera. In alcune forme di ittiosi sono stati riscontrati benefici con gli analoghi della vitamina D come ad esempio il calcipotrolo in crema. Al momento della visita dermatologica sarà possibile stabilire la cura sulla base del tipo di ittiosi e del tipo di paziente. In alcuni casi selezionati si può ricorrere all’uso dei retinoidi, ma possibili rischi e benefici vanno valutati al momento della visita medica, in quanto si tratta di farmaci tossici in gravidanza, e con effetti collaterali importanti se impiegati senza la prescrizione del proprio medico e senza aver effettuato gli esami richiesti al momento della visita dermatologica. Anche i retinoidi tropici possono essere talora utili. Il trifarotene ad esempio, farmaco agonista selettivo dei recettori RARγ, è un retinoide di nuova generazione impiegato sotto forma di crema nella cura dell’acne volgare del volto e del tronco. È stato recentemente proposto tra le possibili opzioni terapeutiche utili nella cura di alcune forme di ittiosi lamellare e per la sindrome di Netherton. Per la cura della sindrome di Netherton sono interessanti gli studi recenti di dermatologia sperimentale sui farmaci inibitori della peptidasi 7 associata alla callicreina (KLK7) e dell’elastasi epidermica di tipo 2 (ELA2).


Foto 17: ittiosi